La società semplice “cassaforte”

La società semplice ha da sempre riscosso grande attenzione nel riservato mondo imprenditoriale piemontese, dove la sua diffusione è stata molto ampia (chi non ricorda il veicolo “Dicembre ss.” che, seppur con alternanza di soci, è da sempre al vertice della piramide societaria di controllo del Gruppo FCA?).

Pur tuttavia, in passato, essa è stata osservata con diffidenza da autorevoli studiosi del diritto per le criticità legate a una possibile ambiguità nell’attività svolta.

Vediamo perché.

L’articolo 2249 del Codice Civile, ove afferma che “Le società che hanno per oggetto l’esercizio di un’attività diversa sono regolate dalle disposizioni sulla società semplice…”, colloca inesorabilmente la società semplice tra quelle società che non possono esercitare alcuna “attività commerciale”.

Dal che, precluso ex lege l’esercizio di attività commerciale, alla società semplice è da sempre riservato l’esercizio dell’attività agricola quale unica sicura espressione di esercizio collettivo di un’attività “economica” “speculativa” non commerciale. Peraltro in alcune regioni del nord Italia sono state costituite molte società semplici a fini di intestazione di immobili e, sia pure in numero minore, di partecipazioni sociali. In tal caso l’oggetto sociale è stato individuato nella gestione e nel godimento dei beni posseduti.

Dottrina e giurisprudenza si sono confrontate negli anni sull’ammissibilità o meno di una struttura societaria cd “ibrida”, in quanto svolgente l’esclusiva attività di gestione e godimento dei beni posseduti. I dubbi sollevati traevano la loro origine dal fatto che tale attività esclusiva assottigliava, e non di poco, la linea di demarcazione tra una società e una comunione – linea tanto nitidamente tracciata dal legislatore all’art. 2248 c.c. – rendendo così più difficile collocare la società semplice nell’una o nell’altra fattispecie. Si temeva, infatti, che ricondurre l’attività svolta dalla società semplice al mero godimento dei beni detenuti potesse configurare una sorta di “comunione di beni mascherata sotto la forma esteriore di società”, con l’effetto, in tal caso, di escludere tale soggetto dal mondo societario e privarlo così delle capacità giuridiche e processuali proprie dello stesso.

“Nel passato recente, tuttavia, si è avuta da parte del Consiglio nazionale del Notariato una qualificata legittimazione delle società semplici “cassaforte”, costituite proprio per il godimento dei beni detenuti.”

In due diversi studi, entrambi pubblicati nel 2016 (n. 69-2016/I e n. 73-2016/T), il Consiglio del Notariato giunge infatti alla conclusione che pur non potendo una società essere retta dal regime della comunione, nulla vieta che possa avere legittimazione ed esistenza una società di godimento – diversa dalla comunione di godimento – come è appunto la società semplice.

La spunto che ha portato il Consiglio nazionale del Notariato – paladino assoluto del rispetto della Legge e notoriamente prudente nella validazione di soluzioni – a riconoscere la legittimità della società semplice “cassaforte”, è stata la ripetuta promulgazione da parte del legislatore di normative sulla trasformazione agevolata di società commerciali in società semplici (per ultimo, con la Legge di stabilità per il 2016 – all’art. 1 comma 115 e seg. legge 208/2015).

L’espressa previsione normativa (per di più agevolata dal punto di vista fiscale e ripetuta più volte nel corso degli anni) di trasformazione di una società commerciale in società semplice è infatti un’implicita legittimazione da parte del legislatore alla costituzione di società semplici per il mero godimento dei beni posseduti. Ogni diverso trattamento riservato alla trasformazione rispetto alla semplice costituzione ex novo di una società semplice, risulterebbe infatti in manifesto contrasto con il principio costituzionale di parità di trattamento.

Il Consiglio del Notariato pone tuttavia l’enfasi su un punto: quello della cd “economicità” dell’attività societaria. In altri termini, l’esercizio da parte della società semplice delle facoltà d’uso e di disposizione di un bene o di un diritto posseduto non può essere fine a se stesso, cioè esaurirsi nella percezione delle utilità d’uso o di disposizione del suo oggetto, ma deve essere invece strumento per generare utilità ulteriori, tipicamente un profitto.

Solo in tal modo si ritrova il collegamento al concetto di società disciplinato dall’articolo 2247 CC, dove è previsto l’esercizio in comune di un’attività economica “ ...allo scopo di dividerne gli utili”.

“Ed è proprio l’esercizio in forma strumentale di tali facoltà che consente alla società semplice di esorbitare definitivamente dal mero godimento e ricondursi legittimamente nell’alveo societario.”

Tale interpretazione autentica riveste un’importanza fondamentale e rappresenta la definitiva legittimazione delle società semplici a ricoprire il ruolo di “casseforti” di attività mobiliari e/o immobiliari.

I vantaggi non sono marginali. Se da un lato, infatti, la società semplice si contraddistingue per un profilo di elevata flessibilità e assenza di formalità specifiche nella sua gestione e negli obblighi amministrativi e procedurali, dall’altro la sua struttura si presta a soluzioni di estrema duttilità e compatibilità con le esigenze di detenzione nel tempo di asset rilevanti sotto il profilo quantitativo o strategico.

Essa può infatti essere concepita ab origine in modo personalizzato sotto il profilo dell’assetto, disciplinato dai patti sociali o dall’organizzazione, recependo esigenze specifiche legate agli attivi contenuti o alla composizione della compagine sociale. Del pari, in modo altrettanto semplice, è possibile mutare le regole introdotte con facilità, ovviamente nel rispetto della volontà dei soci manifestata e determinata secondo le indicazioni proprie del contratto sociale.

A ciò si aggiunga che la società semplice è caratterizzata da molte peculiarità sotto il profilo tributario, avendo ricevuto dal legislatore fiscale un trattamento differenziato rispetto a quello riservato alle altre società (di persone o di capitali), proprio in considerazione del vincolo, poc’anzi rappresentato, di non poter esercitare alcuna attività di natura commerciale. Ne deriva che la società semplice pur tassando per trasparenza in capo ai soci il reddito prodotto, come disciplinato dall’art. 5 TUIR, resta estranea all’applicazione di molte disposizioni peculiari che regolano la vita societaria sotto il profilo fiscale, dalla normativa in materia di studi di settore o di parametri d’impresa, alla disciplina prevista per le società di “comodo” o non operative.

Le società semplici sono inoltre soggette a obblighi amministrativi estremamente succinti, proprio perché non sono imprese e non svolgono attività commerciale e, come tali, sono affrancate dall’obbligo di tenuta delle scritture contabili e di pubblicazione dei bilanci nel registro imprese. Da ultimo, ma non meno importante, le società semplici rappresentano un valido strumento di pianificazione successoria familiare, duttile ma efficace nello stesso tempo, potendosi recepire nei patti sociali che le disciplinano precise regole di governance finalizzate alla gestione degli asset (partecipazioni, titoli, immobili) che ne costituiscono il patrimonio.

Tale aspetto è di fondamentale importanza quando gli asset posseduti dalle società semplici sono rappresentati da quote di controllo delle holding poste al vertice di gruppi industriali a matrice familiare, come appunto è il caso della Dicembre ss, citato in premessa.

1 da quella di un’impresa commerciale, n.d.a.

Incontra gli Autori

Roberto Cravero

Roberto Cravero

Cravero & Associati, Partner

Vincenzo Mariconda

Vincenzo Mariconda

Partner - Studio Mariconda e Associati, Professore - Università Cattolica del Sacro Cuore