Il Trust: alle radici dell’istituto

May 16, 2018

Questo articolo inaugura una serie dedicata al Trust, pensata anche alla luce di recenti sentenze che potrebbero costituire un importante punto di riferimento per la futura prassi in materia.

Prima di lasciare agli altri autori l’analisi specifica di dottrina, giurisprudenza e prassi attuali, ritengo interessante spendere alcune parole sulla storia dell’istituto e sul Trust che più ci riporta alle origini, ovvero il trust dinastico, costituito per trasferire in maniera organica ed organizzata un patrimonio nel tempo, attraverso più generazioni.

L’origine del Trust viene tradizionalmente fatta risalire ai tempi delle crociate. I proprietari terrieri, al momento di partire, decidevano di frequente di trasferire la proprietà della loro terra ad un terzo con l’incarico di raccogliere le rendite, pagare i tributi, gestire il patrimonio a favore dei familiari ed in ultima istanza restituire i possedimenti al legittimo proprietario qualora fosse tornato vivo dalla Terra Santa. Al ritorno dei crociati (quando avveniva) non sempre le cose funzionavano come essi si sarebbero aspettati e le pretese di restituzione dei beni rimanevano sovente disattese. Sempre più spesso, per dirimere queste contese, i sedicenti proprietari si rivolgevano al Re il quale, a sua volta, demandava la questione ai Cancellieri. Essendo questi ultimi tipicamente di emanazione ecclesiastica più che giuridico/amministrativa ed essendo direttamente inseriti nel contesto locale, tendevano a decidere più sulla base di criteri di giustizia e ragionevolezza che del sistema di leggi vigenti. Iniziò così a delinearsi la dicotomia fra “common law” ed “equity”, una scissione che durerà a lungo nel sistema anglosassone, con particolare riferimento ai veri e propri antenati del Trust, i cosiddetti “usi”.

Lo scopo degli usi era principalmente quello di preservare in “equity” (ossia per senso di giustizia) attraverso le generazioni i patrimoni che sarebbero stati altrimenti falcidiati da tasse e leggi tese a far rientrare nelle disponibilità della corona porzioni sempre più ampie di possedimenti terrieri (citiamo, ad esempio, la norma che impediva il trasferimento per volontà testamentaria della terra). Lo “use” permetteva il trasferimento della proprietà mediante atto “inter vivos” – per sua natura molto meno soggetto a limiti alla libertà dispositiva – a terze parti con l’obbligo di amministrarlo a favore di beneficiari terzi identificati all’uopo dal soggetto dante causa. Anche in questo caso, la protezione delle finalità dello “use” veniva garantita dal Cancelliere secondo criteri di “equity”, non potendosi trovare alcuna soddisfazione in una corte di common law più attenta alla piena titolarità giuridica del patrimonio ormai nelle mani del “tenant” incaricato di amministrare lo “use”. La contesa trovò una sistemazione formale nel 1535 con l’emanazione dello “Statute of Uses”, che stabiliva il trasferimento diretto del titolo legale in capo ai beneficiari e non più in capo al tenant.

Alla luce di questa breve analisi storica, sono del tutto evidenti le similitudini fra l’attuale istituto del Trust e le sue origini:

  • Si tratta di un patrimonio finalizzato
  • Il patrimonio esce dalla sfera giuridica del soggetto dante causa (trasferimento del “legal title”)
  • Il patrimonio viene generalmente amministrato a favore di terzi (beneficiari) identificati dal soggetto dante causa (identificazione dell’”equitable interest”)
  • I beneficiari vantano un’aspettativa “rafforzata” nei confronti del patrimonio e dell’amministratore (o, meglio, una pretesa tutelata giuridicamente)
  • Lo scopo è quello di isolare e proteggere il valore di un patrimonio nel tempo al fine del pieno raggiungimento degli obiettivi (quindi si tratta di un patrimonio finalizzato nel tempo)

Ma anche:

  • Si tratta di un istituto molto difficile da inquadrare in schemi di diritto positivo (ancora oggi il dibattito è molto aperto)
  • Andrebbe interpretato alla luce delle finalità degne di tutela sociale (riconducendosi all’origine del sistema dell’equity) alla base della costituzione del singolo Trust
  • È multiforme e poliedrico ma ha alcuni elementi fortemente caratterizzanti (di cui sopra) che ne determinano (o quantomeno dovrebbero determinarne) inequivocabilmente la natura

Il trust dinastico, inteso come il Trust costituito con la finalità di provvedere ai bisogni della famiglia attraverso le generazioni, è forse il più frequente e sicuramente riassume in sé buona parte delle tipicità dell’istituto, tra cui la separazione patrimoniale, la destinazione finalizzata nel tempo, la delega di amministrazione al trustee. Il trust dinastico, più propriamente, viene costituito senza termine, ovvero come trust perpetuo (o che dura fino alla morte dell’ultimo discendente). Non molte giurisdizioni si sono dotate di leggi sul Trust che permettono la perpetuità (concetto non particolarmente gradito ai sistemi giuridico/economici), ma alcuni Stati si sono attrezzati (negli USA, ad esempio, il Delaware, il South Dakota e l’Alaska).

Il vero vantaggio del trust dinastico sta nell’evitare che i continui passaggi successori incidano progressivamente sul patrimonio fino ad eroderlo completamente (esigenza tanto più sentita in paesi, diversamente dal nostro, con un’elevata imposta di successione). Occorre però considerare che una gestione istituzionale conservativa del patrimonio avrebbe come effetto quello di bloccarne la crescita e limitare sempre di più le possibili distribuzioni dei redditi anche alla luce della moltiplicazione dei beneficiari. A titolo di esempio, supponiamo che una coppia (G1) doti un Trust di Eur 100MM contestualmente alla nascita di due gemelli (G2). Statistiche alla mano, nel giro di 5 generazioni, dopo circa 90 anni, i beneficiari sarebbero almeno 25. Tenendo conto di un rendimento medio del 5% e di un’inflazione al 2%, il valore distribuibile ai beneficiari superstiti sarebbe di circa Eur 3MM in totale, ovvero circa Eur 120K a testa al lordo delle imposte e in valori attuali. Un ammontare importante ma che perderebbe evidentemente l’impatto sullo stile di vita che avrebbe avuto una distribuzione a G2 o anche a G3 (statisticamente 6 beneficiari e quindi Eur 500k a testa). E tutto questo senza tenere conto dei costi di gestione del Trust.

Nonostante concettualmente il trust dinastico sia affascinante, è discutibile se abbia senso protrarlo oltre i 90 anni, considerando che i costi potrebbero arrivare a superare di molto la quota di reddito da destinarsi ad ogni singolo beneficiario.

Incontra gli Autori

Achille Gennarelli

Achille Gennarelli

Managing Director, Wealth Advisor

Achille Gennarelli

Achille Gennarelli

J.P. Morgan Private Bank, Wealth Advisor