L'istituto del trust e i suoi molteplici utilizzi: il blind trust

Mar 21, 2018

Questo contributo si inserisce nella serie di articoli dedicati all’istituto del trust e alle sue applicazioni, analizzando la categoria dei trust di scopo e, in particolare, del c.d. blind trust.

Come noto, il trust è un istituto di origine e cultura anglosassone, che è stato accettato e riconosciuto in Italia per il tramite della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, resa esecutiva con legge del 16 ottobre 1989 n. 364 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1992. Questo istituto si fonda sullo spossessamento da parte di una persona (il disponente o settlor) di propri beni a favore di un soggetto (il trustee), affinché vengano amministrati a vantaggio di uno o più beneficiari o per uno scopo prestabilito. A seguito dello spossessamento, il trustee diviene formale proprietario dei beni del trust e generalmente li amministra nell’interesse dei beneficiari del trust, secondo le indicazioni date dal disponente nell’atto istitutivo e/o nelle eventuali c.d. letter of wishes (lettere di desiderio).

A questo schema tradizionale, già più ampiamente analizzato nei contributi precedentemente pubblicati in questa rivista, si affianca quello del c.d. trust di scopo, ovvero un trust il cui patrimonio non è destinato a beneficiari individuati, ma è volto a raggiungere determinate finalità previste nell’atto istitutivo. All’interno delle categorie dei trust di scopo si distinguono i charitable trust, qualora vengano perseguiti determinati scopi di pubblica utilità, dai trust di scopo non charitable, i cui requisiti sono specificamente previsti dalla legge di volta in volta applicabile e che, in generale, richiedono in ogni caso la sussistenza di uno scopo specifico e lecito.

Tra le innumerevoli applicazioni pratiche che i trust di scopo consentono di realizzare, a livello internazionale si è diffusa la costituzione del c.d. blind trust, ovvero un trust costituito allo scopo non solo di separare in modo netto il patrimonio apportato dal disponente nel trust dal disponente stesso, ma anche di evitare che il disponente abbia e/o possa ricevere da altri qualsiasi informazione relativa al fondo in trust, secondo specifiche linee guida che possono essere dettate nell’atto istitutivo rispetto alla c.d. blindness. L’istituto nasce quindi con la funzione di prevenzione e risoluzione del conflitto di interessi ed è particolarmente usato nel contesto della gestione del conflitto tra interessi pubblici e interessi privati.

Tra le varie legislazioni in cui è disciplinato il blind trust merita una specifica menzione quella degli Stati Uniti, dove la normativa in materia di prevenzione e risoluzione dei conflitti di interesse connessi all’esercizio di cariche pubbliche si presenta particolarmente avanzata e complessa e con un ampio ambito soggettivo di applicazione, in quanto applicabile non solo alle cariche di governo strettamente intese, ma anche ai membri del Congresso e ad ogni altro funzionario o impiegato pubblico.

In questo contesto, l’Office of Government Ethics (OGE), l’organo competente in materia di conflitto di interessi istituito con la legge federale Ethics in Government Act (del 1978), ha messo a punto lo strumento del qualified blind trust (QBT) per risolvere il conflitto di interessi di natura economica dei funzionari della pubblica amministrazione.

Tale tipo di trust è infatti caratterizzato dall’assoluta indipendenza con cui il trustee gestisce il patrimonio del disponente, con ampi poteri anche di alienazione e reinvestimento del fondo in trust, e da una serie di prescrizioni a carico di entrambe le parti, allo scopo di garantire con un certo rigore la blindness del trust stesso, che si esplica nel divieto di informazione e consultazione reciproca tra il trustee e il disponente.

L’Ethics in Government Act prevede inoltre la possibilità per i funzionari pubblici di istituire un altro tipo di trust disciplinato e composto esclusivamente da un portafoglio di titoli mobiliari negoziabili ed estremamente diversificati, in modo tale che nessun titolo costituisca singolarmente più di una certa percentuale del portafoglio totale e che nessuna azione in relazione a tali titoli possa costituire un conflitto di interessi (il qualified diversified trust).

La normativa degli Stati Uniti prevede inoltre l’obbligo, per il soggetto che dovrà assumere una carica pubblica, di dichiarare preventivamente la propria situazione economica, in modo tale che, qualora vengano ravvisati potenziali situazioni di conflitto di interessi, l’OGE possa prospettare varie soluzioni possibili, solitamente concordate tra l’interessato e l’eventuale amministrazione di appartenenza, ma in ogni caso sottoposte all’approvazione dell’OGE stesso.

Tra i numerosi casi in cui è stata applicata questa disciplina riscosse molto clamore mediatico quello di Michael R. Bloomberg, sindaco di New York dal 2002 al 2013, che, in ragione del suo ingente patrimonio, presentò analiticamente le proprie partecipazioni e i propri interessi finanziari (in primis, l’80% della società Bloomberg L.P.) al Conflict of Interest Board della città di New York, concordando con quest’ultimo organo la misura più adatta per la risoluzione del conflitto di interessi in relazione a ciascuna tipologia di asset.

In Italia sono state presentate diverse proposte di legge per disciplinare la materia della prevenzione del conflitto di interessi ma, allo stato attuale, non è ancora stata emanata una normativa organica e puntuale su questo tema. In tale contesto, il confronto con i modelli stranieri – e in particolare quello statunitense – di blind trust risulta un imprescindibile punto di partenza.

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Giulia Cipollini

Giulia Cipollini

Studio Legale Withers, Partner

Valentina Favero

Valentina Favero

Studio Legale Withers, Associate